venerdì 1 settembre 2017

Incontrare la diversità


“Il secolo appena iniziato sarà il secolo dello straniero. Popoli e civiltà da sempre hanno avuto esperienza dello straniero: di chi per nascita, lingua, cultura, colore della pelle, religione o altro, restava estraneo, cioè extra, fuori e al di là degli usi e costumi del gruppo di appartenenza. Ma se nelle culture del passato lo straniero aveva il tratto dell’evento eccezionale (giramondi, mercanti e avventurieri) e soprattutto traumatico (tribù o gruppi i cui spostamenti erano motivati dalla fame o dalla violenza), nel villaggio globale che la tekne e l’informatica vanno strutturando esso diviene figura sempre più familiare”.

I processi migratori in atto sono quindi uno, forse il più rilevante, tra gli elementi che pongono oggi in modo nuovo la questione dell’incontro con lo straniero. Infatti, il fenomeno migratorio a cui si assiste nel contesto odierno e che è possibile toccare con mano nelle nostre città, nelle scuole, sui social network impone una seria riflessione in tutti i campi della società e del sapere. Questo proprio perché esso, come afferma il prof. Giuseppe Mari (UNICATT), “si profila – sul breve/medio periodo – come irreversibile almeno per due ragioni. Anzitutto, perché il villaggio globale, promuovendo la trasmissione delle informazioni e lo spostamento delle persone, incoraggia i viaggi della speranza di milioni di diseredati che sono in cerca di una vita migliore. […] La seconda ragione che lo incoraggia oggi è la prolungata crisi demografica dell’Occidente che richiede la presenza di forza – lavoro in sostituzione delle nascite che mancano”.


Il fenomeno migratorio, allora, diventa per l’uomo di oggi un segno dei tempi, una chiamata di Dio proveniente dai movimenti della storia che invita a riflettere e a comprendere in modo nuovo aspetti centrali della fede e della testimonianza. È un evento che spinge nella ricerca di una spiritualità che ponga l’accoglienza e l’ospitalità come esperienze chiave per aprirsi all’incontro con Dio oggi.

Certamente la Bibbia non offre soluzioni concrete ai problemi che le nostre società si trovano ad affrontare e che esigono una capacità politica di gestire e orientare movimenti epocali. Tuttavia offre orizzonti di fondo nei quali ritrovare il senso di una testimonianza umana e credente. La Bibbia è Parola di Dio e i credenti ritrovano in essa, in rapporto alla vita, il messaggio di Dio come luce per la loro esistenza, ma essa è anche il grande codice in cui poter ritrovare un messaggio che legge e interpreta la vicenda dell’umanità e si apre ad un ascolto anche da parte di chi vive una ricerca sui diversi orizzonti della vita umana.

Prof. RH Plus 


Fonti

DI SANTE C., Lo straniero nella Bibbia. Ospitalità e dono, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2012, p. 7, p. 24.

MARI G. (ed.), Educazione e alterità culturale, Ed. La Scuola, Brescia 2013, p. 5.

Immagini tratte dal web

venerdì 25 agosto 2017

Insegnare religione in un mondo che cambia


Anni fa in occasione della mia Laurea Magistrale dovendo elaborare un progetto di tesi attuale pensai che avrei dovuto analizzare ciò che mi circondava ogni giorno. Una riflessione frutto della mia esperienza di insegnante di Religione nella scuola pubblica italiana che presenta un contesto sociale ampio e diversificato.

Tra i molti fattori che determinano questa realtà disomogenea, vi è quello dei cosiddetti fenomeni migratori, che da decenni ormai si sono posti alla ribalta della scena pubblica italiana e della scuola in primis. Gli immigrati da qualche anno si fermano in Italia, «mettono radici», vivono e crescono accanto a noi. Da progetto e viaggio di singoli, l’immigrazione diventa spesso familiare, coinvolge soggetti diversi, pone all’interno e all’esterno del nucleo nuovi bisogni e necessità. 


L’istituzione scolastica italiana viene oggi messa alla prova perché, di fronte alle molteplici culture che la popolano, deve essere in grado di accogliere e istruire senza distinzioni di sesso, di religione e di condizioni personali e sociali. La scuola è sollecitata a rivedere le proprie politiche educative, le modalità e gli stili d’insegnamento e di apprendimento perché ha scelto di privilegiare un intervento educativo improntato all’apertura, all’incontro, allo scambio, al rispetto e al dialogo con le diverse culture. La scuola deve educare gli alunni all’acquisizione di un pensiero interculturale disponibile a conoscere e a confrontarsi con una pluralità di punti di vista, un pensiero che attivi una mentalità aperta al riconoscimento dell’altro, capace di collaborare nella e per la differenza, orientando gli studenti verso un dialogo che si apra tra culture diverse.  Il dialogo nasce quando c’è intenzionalità, esprime la capacità di accostarsi all’altro, di saperlo ascoltare e di riuscire a trovare dei punti di contatto. É la capacità dialogica che porta alla costruzione della relazione, che non si costruisce in un semplice contatto tra persone, ma avviene in un luogo preciso, nello spazio intersoggettivo, ossia nella sfera dialogica suscitata dall’incontro tra Io e Tu.




Per fronteggiare la sfida della società multiculturale e multietnica, la scuola deve sapersi rinnovare nell’organizzazione dei tempi, degli spazi, delle relazioni, della professionalità degli insegnanti. Si deve dare vita ad una scuola aperta, accogliente, che valorizzi la partecipazione, la cooperazione, il dialogo, la comprensione; che elimini qualsiasi forma di razzismo o discriminazione; che coinvolga tutte le forze istituzionali interne ed esterne alla scuola e ne  valorizzi le sue risorse materiali e professionali. La scuola, allora, non avrà come obiettivo la sola trasmissione di contenuti, pur sempre necessari, ma la promozione di quelle competenze che permettano allo studente di esprimere pienamente la persona che è, attraverso il percorso formativo dei singoli ordini. L’Insegnamento della Religione Cattolica (di seguito abbreviato IRC), al pari delle altre discipline, è chiamato a riflettere sul proprio ruolo all’interno della scuola, a tracciare linee pedagogiche teorico-pratiche che gli consentano, secondo le finalità della scuola stessa, di essere promotore di un sapere che superi i limiti dell’odierna frammentarietà e del tecnicismo; e al contempo di essere operatore d’interculturalità e interdisciplinarità.

L’IRC nella sua specificità e secondo l’evoluzione storica che l’ha contraddistinto, nel suo orizzonte pedagogico che fa del valore ontologico della persona la propria cifra sostanziale, si colloca pienamente quale operatore di interculturalità. Questo può avvenire solo se riesce, non perdendo di vista il piano disciplinare, a ricollocare i propri contenuti ritenuti patrimonio culturale del Paese – quali possibili elementi nella costruzione dei personali progetti di vita degli studenti – integrando nella propria proposta formativa le multiformi realtà vive della società allargata.

In questo orizzonte, la religione – in una società sempre più multiforme – è coinvolta direttamente nel dialogo interculturale essendo parte integrante delle culture. Il punto di incontro tra le diverse religioni è esistenziale e si pone sul terreno delle domande di senso. Infatti, come afferma la dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa: «gli uomini attendono dalle religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo».



L’insegnamento scolastico della religione cattolica, che differisce nelle finalità con la catechesi (la quale promuove l’adesione personale a Cristo e la maturazione della vita cristiana), trasmette agli alunni le conoscenze sull’identità del cristianesimo e della vita cristiana. In questo modo, come ha indicato Benedetto XVI agli insegnanti di religione, si prefigge "di allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza della loro intrinseca unità che le tiene insieme. La dimensione religiosa, infatti, è intrinseca al fatto culturale, concorre alla formazione globale della persona e permette di trasformare la conoscenza in sapienza di vita".

Lo statuto epistemologico di questa disciplina scolastica colloca, in definitiva, l’insegnamento della religione cattolica accanto agli altri insegnamenti non come accessorio, ma in un necessario dialogo interdisciplinare che intende costruire una cornice di senso accettabile a livello progettuale. Riflessione, questa, che richiederà ulteriori approfondimenti partendo magari da altre esperienze realizzate nelle aule scolastiche e che vedano l’IRC come propulsore di queste istanze educative divenute ormai necessarie in un mondo in continuo mutamento. 


Prof. RH Plus

Tratto da:
A. Bertolone, IRC e alterità. Insegnare Religione Cattolica nell'epoca del pluralismo culturale e  religioso, Tesi di Laurea Magistrale, ISSRM, MILANO 2014.

Immagini: fonte web

martedì 20 giugno 2017

Caro maturando ti scrivo...


Caro maturando,

Anche quest'anno ti scrivo così ti distraggo un po' dal vortice di emozioni che stai vivendo. Questa sarà per te la notte delle notti. Anzi, la "notte" per eccellenza. Quella che tutti più o meno abbiamo vissuto. In questo momento starai rimettendo insieme idee, appunti, libri. Immagino la tua scrivania e ripenso alla mia piena di fogli e con il computerperennemente connesso ai siti che promettono anticipazioni sempre disattese, più o meno. Il tuo zaino munito di penne, matite e dizionario domani sarà pesante come un macigno qualunque cosa tu metta al suo interno, quindi sii essenziale. Porta te stesso e basta. Altro non ti servirà. Te lo assicuro.

Quando le porte si apriranno e sarai seduto su quel banco sarete solo tu, la penna, il foglio, il dizionario, le tracce da scegliere e basta. Il tempo dello studio è terminato, adesso è giunto il momento di dimostrare chi sei. Lascia perdere i siti e il "toto tema". Non serve. Ascolta un po' di musica, fai una passeggiata, vai a correre se ti senti teso. Stanotte, poi, cerca di dormire e sognare.

Sogna! Sì ho scritto proprio questo. Potrai dirmi: “ma come faccio? Vorrei vedere te al mio posto!” E avresti ragione se non per il fatto che al tuo posto ci sono stato anch'io. Probabilmente 11 anni fa anch'io avrei avuto la tua stessa reazione, ma dopo tanti anni ed esami superati ho capito tante cose. Tantissime!


La necessità di lottare per un sogno


Caro maturando devi sognare!

Somnio ergo sum, sogno dunque sono. Eppure tutti ti avranno ricordato almeno una volta nella vita che sognare è inutile, che bisogna essere pragmatici, che provare a realizzare i propri sogni è da pazzi, che sognare è come, nel don Chisciotte di Cervantes, scambiare mulini a vento con giganti dalle braccia rotanti, i burattini con demoni, le greggi di pecore con eserciti, eccetera, eccetera, eccetera...

Questa, per me, non è solo una bella frase ispirata a Cartesio, ma una convinzione che ho coltivato negli anni in cui erano in pochi a credere che sarei riuscito a realizzare quasi tutti i miei sogni (quasi perché ne ho ancora tanti da realizzare).

Quindi davanti a questa prova dimostra il tuo valore, usa la tua paura e falla diventare adrenalina allo stato puro come fa un calciatore durante l'ultimo calcio di rigore che può assegnare la vittoria della coppa del mondo, come il tennista stremato all'ultimo set dopo 2 ore di battaglia sul campo che può fargli vincere la finale di Wimbledon o del Roland Garros; dai il meglio che hai perché è adesso che si gioca la tua partita. Il tuo futuro parte da qui!



Il coraggio di capovolgere gli schemi


Finiti gli scritti avrai il panico per gli orali e allora tu non essere scontato, vai contro corrente, sii originale, prepara l'indispensabile per dimostrare che a qualcosa ti sei appassionato e che quindi hai studiato con ardore perché quell'argomento, personaggio, storia sono entrati in circolo nelle tue vene; che ti servirà quando sarai là fuori per decidere quale strada intraprendere.

Vuoi un esempio? Ti do il mio. All'esame orale ho portato: L'essere e l'apparire in Luigi Pirandello. Un argomento normalissimo presente sui programmi ministeriali reso unico, per un accostamento originale, assurdo per qualcuno: Pirandello scrittore e Ligabue cantautore a confronto.

Adesso chiudi gli occhi, fermati un attimo e immagina la faccia dei prof. schierati davanti a me dopo l'apertura delle slide proiettate sul muro.

Ancora le ricordo. Un misto tra incredulità e ribrezzo per aver accostato un premio Nobel per la letteratura ad uno che aveva vinto al massimo il Festivalbar (oltre ad altri riconoscimenti, un film, libri e altre cose che loro ignoravano del tutto o quasi). Ricordo che uno dei più scettici alla fine del mio discorso si alza, mi stringe la mano e mi dice: "Grazie Bertolone, "da adesso in poi" (stava inconsapevolmente citando il titolo di una canzone del Liga) non criticherò più mia figlia che lo ascolta tutto il giorno.

Ti rendi conto? Se è successo a me anche tu puoi capovolgere gli schemi dove cercano di ingabbiare le nostre vite, perché la regola si sovverte se sei tu a volerlo fare. Devi essere tu a volerti mettere in gioco!

Cinici sulla tua strada ne incontrerai tanti, forse anche troppi, ma non scordare mai che ciò che è importante è ciò che è invisibile. É solo con il cuore che si vede bene, l'essenziale é invisibile agli occhi. Antoine De Saint - Exupéry insegna. Non fare come l'aviatore concentrato solo sul suo motore, ma guarda anche con il cuore, perché la ragione da sola non basta. Cerca il tuo piccolo principe da cullare, la tua rosa da proteggere a tutti i costi, la tua volpe da addomesticare.


Ultime raccomandazioni


Caro maturando, adesso tocca a te!

Tutto dipende dal verso col quale vorrai contribuire a scrivere il romanzo della tua vita; dallo stile e dal colore che vorrai usare per continuarlo. É sempre una questione di dettagli, colori e sfumature attraverso i quali vorrai dare forma al mondo, il tuo. É sempre una questione di sogni, i tuoi.

In bocca a lupo e divertiti, se puoi!


Prof. RH plus

#maturità2017

sabato 10 giugno 2017

Ritornare a vincere, insieme

Cari Sognatori,
Dopo una settimana intensa abbiamo concluso gli scrutini e oggi il mio pensiero va soprattutto a coloro che non ce l'hanno fatta a superare l'anno.
Sappiate che non siamo felici di non avervi ammessi. Ci siamo interrogati su di voi e abbiamo dovuto scegliere. La vita però é così: bisogna impegnarsi per raggiungere i propri obiettivi. Immagino che alla vostra età questo possa sembrare come un portone sbattuto in faccia abbastanza forte e in malo modo. Non è così. Voglio che sappiate che non vi abbiamo respinto, ma al contrario vi abbiamo tenuti ancora di più con noi perché vogliamo il vostro bene. 
Sono consapevole che per voi questa sembrerà una tragedia, posso immaginarlo. La vostra tristezza è la mia. La vostra sconfitta è la mia. La nostra, in quanto educatori. Abbiamo perso insieme e insieme dobbiamo ricominciare a vincere. Insieme!


Nel mezzo del cammin di vostra vita nessuno vi regalerà niente, ve lo assicuro. Nessuno. Questa esperienza vi servirà per rendevi più forti per poter affrontare sconfitte ben più grandi che vi capiteranno. Il mondo non è solo patinato come vogliono farvi credere. A volte è una selva oscura e avrete bisogno dei vostri Virgilio per tornare fuori a riveder le stelle.
Sono consapevole che il mondo di oggi non è lontanamente orientato alla cultura della sconfitta e non sarei degno di fare questo lavoro, che amo e faccio per passione più che per soldi, se vi dicessi che il sacrificio non è compreso nel pacchetto. Se vi gratificassi nonostante tutto.


Da settembre ripartiamo, insieme. Fianco a fianco, da cuore a cuore. Fidatevi di noi e non guardateci (so che è difficile) come nemici. Non lo siamo e non lo saremo mai, perché amiamo e crediamo (la stragrande maggioranza) in questo lavoro. Nemico più tosto, ricordatelo sempre, è colui che non vi sprona a migliorare, perché siamo imperfetti e perfettibili allo stesso tempo e c'è bisogno che qualcuno vi ricordi che potete migliorare. Voi siete il sale della terra, il nostro futuro. Ripartiamo insieme per scrivere una storia diversa, bellissima, affascinante. Insieme!
A voi la scelta. La penna é in mano vostra e sarete voi a decidere se togliere il tappo o no. Sarete voi a decidere come e quanto farvi aiutare. Noi ci saremo. Io ci sarò, sempre.
Sognatori miei, vi voglio bene.
Ci vediamo a settembre (se Dio vuole)!
Per sempre vostro
Prof. RH plus

martedì 23 maggio 2017

Storia di due sorrisi e di una foto

Il 27 marzo del 1992 Paolo Borsellino e Giovanni Falcone si danno appuntamento al palazzo Trinacria di Palermo, nel rione storico della Kalsa. L’occasione è la presentazione della candidatura alla Camera dei deputati del collega Giuseppe Ayala. La città è in fermento, il 5 e 6 aprile si terranno le elezioni politiche dell’era Mani Pulite. I due magistrati sono l’uno accanto all’altro. Si dicono qualcosa, parlano a bassa voce. Poi uno dei due fa una battuta. E il sorriso compare sui loro volti. Dall’altra parte del tavolo c’è un giovane fotoreporter del Giornale di Sicilia, Tony Gentile, che preme il pulsante della sua macchina fotografica proprio in quel preciso momento. Il giorno successivo la fotografia non viene pubblicata. «Magari la usiamo un altro giorno», gli dicono. Ma dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, quell’immagine diventa il simbolo della rinascita di una terra che reagisce contro la logica mafiosa. «Quello scatto purtroppo ha acquisito il significato che oggi gli diamo», racconta Tony Gentile, «per quello che è successo dopo. Altrimenti sarebbe rimasta una foto come tante altre».


Tony Gentile, com’è nata quella fotografia?
Lavoravo come fotoreporter dal 1989. Nel 1992 collaboravo già con l’agenzia Reuters dalla Sicilia e con la cronaca locale del Giornale di Sicilia. Una sera, il 27 marzo di quell’anno, mi sono trovato a coprire un convegno legato alla candidatura del magistrato Giuseppe Ayala. Falcone e Borsellino erano seduti a quel tavolo. Non so cosa si siano detti, ma a un certo punto tra di loro si è creato questo momento di battuta e hanno sorriso. Io credo che stessero scherzando su una delle persone sedute al tavolo con loro. Ma è una mia idea. Così è venuta fuori quella foto. 

Quella sera c’erano anche altri fotografi, ma solo la sua foto mostra la complicità e l’amicizia tra i due magistrati a pochi giorni dalla loro morte.
È stata una confluenza di fattori diversi. Forse la prontezza di riflessi, la posizione, l’aver compreso subito il gesto. E così ho fatto quattro o cinque scatti consecutivi. Certamente il fattore determinante che ha reso famoso lo scatto è che la foto sia stata pubblicata e che sia stata usata più delle altre fatte quella sera. L'intera sequenza degli scatti, comunque, sarà in mostra a Palermo dal 24 maggio al 3 giugno in occasione del ventennale della strage di Capaci e via d'Amelio. 

La foto, però, non venne pubblicata immediatamente. Venne “ripescata” qualche mese dopo.
Sì, la sera del convegno portai alla redazione del Giornale di Sicilia i miei scatti. Ci furono dei commenti di apprezzamento per quella foto. Mi dissero: “Bravo, è carina, magari la usiamo un altro giorno”. Ma il giorno dopo non venne pubblicata. Tra maggio e luglio, poi, dopo la strage di Capaci, un amico mi disse: “Ma tu non avevi fatto quella bella foto di Falcone e Borsellino?”. Così la inviai all'agenzia di Roma con la quale collaboravo. E il 20 luglio, il giorno successivo alla strage di via d’Amelio, i maggiori quotidiani nazionali, dal Corriere della sera a La Stampa, la ripresero e la pubblicarono in prima pagina.

Così quell’immagine divenne simbolo della rinascita della Sicilia.
Quello scatto, purtroppo, ha acquisito il significato che oggi gli diamo per quello che è successo dopo, a causa delle stragi. Se non fossero stati uccisi Falcone e Borsellino, sarebbe stata una foto come un’altra. C’è stato un editore in città che decise di metterla sui manifesti contro la mafia che venivano affissi a Palermo in quei giorni. Qualcuno pensava che io fossi l’unico fotografo presente quella sera al palazzo Trinacria. In realtà c’erano altri colleghi che scattarono foto simili. Ma quella complicità, quei sorrisi ce li ha solo quella foto.

Uno scatto in bianco e nero: è stata una scelta stilistica?
È uno scatto in bianco e nero non per una ricerca estetica. Nel 1992 i giornali erano tutti in bianco e nero. Noi fotografi andavamo in giro con una macchina in bianco e nero per i quotidiani e un’altra a colori per i settimanali. Lo scatto è in bianco e nero perché era destinato a un quotidiano. Magari se fossi stato inviato da un settimanale, ora quella foto sarebbe a colori.

Come reagì a quelle stragi? Il significato assunto da quello scatto si trasformò anche in un particolare impegno antimafia?
Io credo nel giornalismo obiettivo. Le idee intime del giornalista sono un’altra cosa. E quelle può averle chiunque, dall’imbianchino al vigile urbano. Certo la legalità fa parte dei miei valori e cerco ogni giorno di trasmetterla anche ai miei figli, che a casa vedono quella foto di Falcone e Borsellino appesa dappertutto. Mi è capitato anche di scrivere alcuni libri sul tema mafioso e sono legato a Rita Borsellino, sorella di Paolo, da una amicizia molto forte. Lei era proprietaria della farmacia dietro casa mia, a Palermo.

Quindi conosceva di persona Paolo Borsellino e Giovanni Falcone?
Di persona no. Li conosci da disturbatore, come tutti i fotoreporter e i giornalisti. E loro imparano a conoscerti e ti tollerano. Mi ricordo però del discorso di Paolo Borsellino alla biblioteca comunale di Palermo dopo la morte di Falcone nella strage di Capaci. Io ero ai piedi del tavolo dietro il quale il magistrato era seduto. Ho scattato tante foto, ma a un certo punto le sue parole mi hanno talmente emozionato che mi sono seduto a terra all’angolo della scrivania a osservarlo da vicino. Avrei voluto scrivergli un mio pensiero su un bigliettino per fargli arrivare la mia vicinanza. Ma non lo feci, non so perché. Dopo il 19 luglio andai a raccontare questa cosa a Rita Borsellino e le portai in regalo quella foto che ritraeva il fratello sorridente insieme a Giovanni Falcone.

Fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2012/05/23/quella-sera-che-falcone-e-borsellino-ridevano-come-due-amici-qualunque/11583/

Il presente articolo è qui riportato solo a fine didattico.